Poesia del viaggiatore.
L' Elogio dei piedi di Erri De Luca

16 Aprile 2020

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sara covanti
Di Sara Covanti

A valle, nelle città, le parole sono aria viziata, escono dalla bocca straparlate, non portano conseguenze. Quassù ce le teniamo in bocca, costano energia e calore, usiamo le necessarie, e quello che diciamo poi facciamo. Quassù le parole stanno in pari con i fatti, fanno coppia.”

Erri De Luca

Le parole di Enrico De Luca, per tutti Erri – versione italiana di Harry, il nome dello zio – hanno suscitato l’interesse dei lettori sin dall’uscita del suo primo romanzo, Non ora, non qui, scritto giovanile pubblicato nel 1989. Lo stile avvincente ed un linguaggio poetico ed evocativo sono le armi che l’autore di origine napoletane impiega per raccontare storie, spesso dolenti, di un’umanità posta ai margini eppure ancorata ad un forte senso di dignità e onestà.

Da sempre impegnato dal punto di vista sociale, è stato attivo militante del gruppo di estrema sinistra Lotta continua negli anni Settanta partecipando alla lotta contro le ventimila espulsioni della FIAT Mirafiori a Torino nell’autunno ’80. Il decennio successivo lo vede in prima linea a Belgrado, durante i bombardamenti della Nato e nella guerra di Bosnia. Pronto a schierarsi dalla parte del bersaglio, i suoi viaggi lo portano a stringere un’amicizia profonda con il poeta Izet Sarajlic di Sarajevo e Ante Zemljar. 

Sono forse la tenacia, il bisogno di libertà e l’inappagabile sete di avventura ad avvicinare lo scrittore al mondo della montagna. Da anni esperto alpinista, ha partecipato ad una spedizione sull’Himalaya anche se le sue vette più amate sono le Dolomiti. 

L'Elogio dei piedi, Erri De Luca

Perché reggono l’intero peso
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare
Perché portano via
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali
Perché scalzi sono belli
Perché sanno piantarsi nel mezzo della strada come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Puskin
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella
Perché non sanno annusare e non impugnano armi
Perché sono stati crocefissi
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio
Perché come le capre amano il sale
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte
Perché i piedi non mentono

(tratto da Altre prove di risposta, Ed. Libreria Dante & Descartes, Napoli 2008)

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